Quando sentiamo la parola hacking, è facile immaginare una persona davanti a uno schermo pieno di codice, impegnata a entrare in un computer. Ma l'hacking reale è molto più di questo. Significa capire come funziona un sistema, esplorarlo, individuare i suoi punti deboli e provare a vedere cosa succede quando qualcosa non va esattamente come previsto. È soprattutto un modo diverso di guardare la tecnologia: non solo chiedersi “come funziona?”, ma anche “come potrebbe essere aggirato?”
La parola hacker non indica necessariamente qualcuno che commette un reato. Quando queste competenze vengono utilizzate con un'autorizzazione e con l'obiettivo di individuare e correggere problemi di sicurezza, parliamo di ethical hacking.
Un ethical hacker può essere incaricato, per esempio, di mettere alla prova un sito, un'applicazione o una rete prima che lo faccia un vero attaccante. L'obiettivo non è danneggiare un sistema. È scoprire dove potrebbe essere attaccato e aiutare chi lo gestisce a renderlo più sicuro.
Una delle prime fasi dell'ethical hacking è la reconnaissance, cioè la raccolta di informazioni. Prima di cercare una vulnerabilità bisogna capire che cosa si ha davanti: quali tecnologie vengono utilizzate, quali servizi sono esposti e quali informazioni sono già disponibili.
Qui entra in gioco anche l'OSINT, Open Source Intelligence, che consiste nel raccogliere e analizzare informazioni provenienti da fonti pubbliche. Il web, infatti, può raccontare molto più di quanto immaginiamo.

Ogni sistema può avere dei punti deboli. Un software non aggiornato, una configurazione errata, un'autenticazione poco sicura o semplicemente un errore di progettazione possono creare una vulnerabilità. L'ethical hacker cerca di individuarle e capire quale rischio rappresentano.
Nel penetration testing, per esempio, vengono simulate attività di attacco in un ambiente autorizzato e controllato per verificare quanto un sistema sia realmente resistente. La domanda non è semplicemente “riesco a entrare?”.
È soprattutto: “cosa potrebbe succedere se qualcuno riuscisse a farlo?”
Non tutte le tecniche di attacco sfruttano un problema tecnico. A volte cercano di sfruttare un comportamento umano. Il social engineering utilizza elementi come fiducia, paura, urgenza o curiosità per spingere una persona a compiere un'azione.
Il phishing, per esempio, può utilizzare messaggi o pagine false per convincere qualcuno a cliccare su un link o fornire informazioni. Il pretexting costruisce invece uno scenario credibile, spesso attraverso una falsa identità o una storia inventata. Per questo, quando si parla di hacking, bisogna ricordare una cosa: anche le persone fanno parte della sicurezza di un sistema.
L'hacking porta anche nel mondo dei malware, i software progettati per svolgere attività dannose o non autorizzate. Trojan, spyware e ransomware hanno caratteristiche e obiettivi diversi.
Per chi si occupa di sicurezza, però, non basta sapere che esistono. Bisogna imparare ad analizzarli, capire come funzionano e riconoscerne il comportamento.
È qui che entrano in gioco attività come la malware analysis e il reverse engineering, che permettono di studiare un programma e comprenderne il funzionamento anche quando il codice sorgente non è disponibile.

Alla fine, forse, la parte più interessante dell'hacking non è nemmeno lo strumento che si utilizza. È la mentalità.
L'hacker osserva, fa domande, cerca connessioni, mette in discussione ciò che sembra scontato e prova a immaginare scenari che altri non hanno considerato. È un modo di pensare che unisce tecnologia, logica, creatività e problem solving. Ed è proprio questa mentalità che può trasformare la curiosità per “come si fa a hackerare?” in qualcosa di molto più grande: imparare a capire come funzionano i sistemi e come proteggerli.
Non necessariamente da un computer pieno di righe di codice. Può cominciare da una domanda. Come funziona una rete? Come viene protetta una password? Come fa un sito a riconoscere un utente? Dove può nascondersi una vulnerabilità? Come si scopre che un sistema è stato compromesso? Sono domande diverse, ma tutte portano nello stesso mondo. Quello dell'hacking.
E forse il vero punto di partenza non è sapere già come entrare in un computer. È avere la curiosità di capire cosa c'è dentro, come funziona e cosa potrebbe andare storto.
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